E dunque, arrivò finalmente la prova scientifica che la Xylella fastidiosa è la causa del disseccamento degli ulivi nella mia terra (qui).
Da subito, per istinto, mi sono schierato con gli scienziati; e non mi sono schierato contro la Procura di Lecce (che ricordiamo per altre clamorose minchiate sul caso Di Bella da parte di un PM casualmente poi candidato dall'IdV, fonte), ma con gli scienziati.
Non è la prima volta che gli scienziati vengono messi in stato d'accusa da parte della giustizia con motivazioni risibili (ricordiamo il caso L'Aquila, con gli scienziati ovviamente e fortunatamente assolti ma nel frattempo rovinati a livello di reputazione e di vita).
Non voglio entrare nel merito di nessuna di queste questioni, voglio spiegare, da uomo di scienza quale cerco di essere, perchè scienza e giustizia non dovrebbero mai incrociarsi.
Chiunque abbia fatto l'università in settori scientifici o giuridici, conosce la contrapposizione naturale tra questi due ambiti: la legge è il regno della forma, la scienza è il regno della sostanza.
Attenzione: non intendo essere trascinato in un dibattito su quale delle due sia migliore, perché semplicemente un migliore non c'è, sono cose diverse ed è bene che siano diverse.
È giusto che la legge sia il regno della forma: siamo uno Stato di diritto, ed è giusto e sacrosanto che gli arresti, le indagini, i processi siano condotti in un certo modo; anche e persino quando ciò produce delle storture (vedi i mafiosi scarcerati da Carnevale per vizi di forma). Perché non è giusto che la polizia ottenga prove in modo illecito (i.e. torturando o estorcendo confessioni), non è giusto che un imputato non abbia un difensore in grado di difenderlo, non è giusto che si ottengano prove con una perquisizione non autorizzata, eccetera eccetera.
È giusto che la scienza sia il regno della sostanza: soprattutto per quanto riguarda tecnica e tecnologia, che solo per questo post includo sotto la voce "scienza", non importa se dentro il PC ci sono MOSFET o nani vestiti di rosso, è importante che il PC faccia i conti che deve fare. Quanto alla scienza propriamente detta, non si contano le scoperte fatte seguendo metodi non convenzionali.
È giusto, perdio, che ognuno di questi ambiti rimanga così com'è. E che rimangano separati. Perché la scienza, per sua natura, non può mai avere certezze assolute. Quando qualcuno parla di "scienza esatta" sta usando un'espressione che non è altro se non un modo di dire, dal momento che le scienze non sono mai esatte in quanto per definizione partono da misure sperimentali affette da incertezza. In effetti il modo di dire "scienza esatta" è un'errata traduzione dall'inglese "hard science", da contrapporre alle scienze sociali o "soft science", ovvero quelle discipline che utilizzano metodi scientifici ma non sono scienze propriamente dette in quanto trattano argomenti troppo variabili (sociologia, psicologia, scienza politica, etc.)
La scienza è dunque il regno dell'incertezza: per gli strumenti dell'epoca, la Teoria Newtoniana della Gravitazione era assolutamente valida, poi misurando meglio si è notato che non era così.
La legge, invece, deve essere ed è il regno della certezza: non si mette in galera la gente nel dubbio che sia innocente (sempre partendo dal presupposto di trovarsi in uno Stato di diritto), una società più giusta si ottiene con la certezza della pena.
La legge non può ammettere, per definizione, l'incertezza che definisce la scienza. Ecco perché la giustizia, quando si parla di scienza, dovrebbe farsi da parte. Del resto, la scienza a colpi di processi l'ha conosciuta Galileo. E dovrebbe bastare, come esempio di quanto sia sbagliato procedere in scienza a colpi di processi.
29 mar 2016
Consiglio europeo, migranti: cosa farebbe (avrebbe dovuto fare, ormai) un vero governo europeo
Lettera aperta ai Capi di Stato e di Governo dell'Unione Europea
(Tradotto dall'originale pubblicato da Spinelli Group, reperibile qui)
Egregi Capi di Stato e di Governo,
l'Europa sta affrontando un momento o la va o la spacca. Alla riunione del Consiglio Europeo del 17 marzo dovrete prendere delle decisioni risolute per dimostrare agli Stati membri e ai cittadini Europei che è possibile risolvere la crisi dei migranti con soluzioni europee comuni. L'alternativa sarà un pastrocchio di misure nazionali che aggraverano ulteriormente la crisi dei migranti e infliggeranno un nuovo colpo alla coesione e integrazione europea. Noi vi spingiamo a supportare le proposte della Commissione Europea di ritirare la re-introduzione dei controlli alle frontiere interne e di ristabilire la piena attuazione degli accordi di Schengen quanto prima, preferibilmente prima della fine dell'anno. Sulla base degli attuali trattati, potete decidere di stabilire urgentemente una Guardia delle Coste e delle Frontiere Europee.
Questa avrebbe la competenza e le risorse per supportare ed intervenire quando le autorità di frontiera nazionali degli Stati membri più esposti dovessero affrontare situazioni oltre le proprie capacità. Contemporaneamente, dovete spingere il Parlamento Europeo e il Consiglio dell'Unione Europea ad adottare rapidamente il pacchetto legislativo per una Guardia delle Coste e Frontiere permanente, come proposto dalla Commissione, ed aumentarne significativamente l'ambito di utilizzo in termini di personale, risorse proprie e mezzi. Questo deve essere il primo passo di un piano per integrare progressivamente tutte le forze di frontiera nazionali in un unico sistema di gestione delle frontiere europee, con l'obbiettivo di gestire efficacemente le frontiere comunitarie. Vi spingiamo a mettere in moto una revisione del Regolamento di Dublino che assicuri un'equa distribuzione di tutti i rifugiati e migranti tra tutti gli Stati membri, nello spirito della solidarietà europea, portando avanti il meccanismo di rilocazione degli insediamenti su cui vi siete accordati lo scorso dicembre. Il suo scopo deve essere allargato per coprire tutti i rifugiati in arrivo sul suolo europeo, e la Commissione deve ricevere la competenza e le risorse richieste per l'implementazione diretta di tale meccanismo. Questa è l'unica strada percorribile per assicurare che la UE possa essere all'altezza del suo compito ed integrare il gran numero di persone che cercano asilo in Europa.
Un patto con la Turchia è necessario per affrontare l'emergenza, ma serve che ci si assicuri che la UE ottemperi ai suoi obblighi sotto il diritto internazionale. Il patto deve permettere alla UE ti mantenere il controllo di chi può entrare e sotto quali condizioni. La valutazione su chi abbia titolo all'asilo o alla protezione internazionale dell'Unione Europea non deve essere demandata alle autorità turche. Questa responsabilità dev'essere attuata con personale UE in loco, cooperante con le autorità turche, che si assicuri che la UE soddisfi i suoi obblighi di legge e dia protezione internazionale a chi ne ha diritto. Tutti i rifugiati che ottengano tale status devono essere equamente e proporzionalmente distribuiti tra gli Stati membri. Lo stato, le condizioni e il trattamento di tutti i migranti che non fossero trasferiti in UE devono essere monitorati dalla UE e devono sottostare al diritto internazionale e agli standard dettati dai diritti umani. Oggi, come al tempo della crisi finanziaria, siete chiamati ad agire come se foste un Governo Europeo d'Emergenza. Comunque, un collettivo di 28 governi nazionali democratici (ognuno con il suo elettorato, diverse priorità e proccupazioni quotidiane nazionali) non può eguagliare un permanente, democratico ed efficiente Governo Europeo. È urgente che iniziate una riflessione e si accenda un dibattito col Parlamento Europeo e i parlamenti nazionali su una riforma del sistema di governo dell'Unione Europea. all'interno e anche oltre gli attuali trattati, che assicuri che, basandosi sulla Commissione Europea, la UE trovi il suo vero e permanente governo che guardi l'Unione Europea nella sua interezza e possa agire in modo tempestivo ed efficace,
Mercedes Bresso (Eurodeputata, PSE)
Elmar Brok (Presidente della Commissione Parlamentare per gli Affari Esteri, PPE)
Pascal Durand (Eurodeputato, Verdi/ALE)
Sylvie Gouylard (Eurodeputata, ALDE)
Danuta Hubner (Presidente della Commissione Parlamentare per gli Affari Costituzionali, PPE)
Jo Leinen (Eurodeputato, PSE)
Ulrike Lunacek (Eurodeputata, Verdi/ALE)
Guy Verhofstadt (Presidente del gruppo ALDE all'Europarlamento)
pubblicato su www.spinelligroup.eu
Giustizia in ritardo, non negata, in Bosnia
Traduzione dell'articolo del Prof. David Scheffer reperibile qui.
David Scheffer è Docente di Giurisprudenza alla Northwestern University ed ex ambassador-at-large degli USA per i Crimini di Guerra; ha scritto All the Missing Souls: A Personal History of the War Crimes Tribunals.
David Scheffer è Docente di Giurisprudenza alla Northwestern University ed ex ambassador-at-large degli USA per i Crimini di Guerra; ha scritto All the Missing Souls: A Personal History of the War Crimes Tribunals.
Giustizia in ritardo, non negata, in Bosnia
Chicago - Il 24 marzo, il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (TPIJ) ha condannato Radovan Karadzic (leader politico dei serbo-bosniaci durante le guerre dei Balcani degli anni '90) a 40 anni di prigione per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Si tratta di una sentenza che influenzerà profondamente la giurisprudenza internazionale, agirà come deterrente per chi potrebbe commettere atrocità e aprirà la possibilità di una riconciliazione politica in Bosnia. Ai leader fuorilegge, come quelli di Siria, Sudan, Sud Sudan, Russia e Daesh, si rammenta la loro vulnerabilità alla giustizia internazionale.
Gli aspiranti criminali di guerra non sono gli unici che dovrebbero ragionare attentamente sul verdetto. La visione incendiaria di Karadzic ("i Musulmani non possono convivere con gli altri", ha detto una volta) ancora risuona sinistra in un'Europa che ha paura di ospitare centinaia di migliaia di rifugiati musulmani e nella campagna elettorale anti-immigrazione (nativist nell'originale, NdT) di Donald Trump e Ted Cruz negli USA.
Vent'anni fa, nel 1996, ero Senior Counsel (circa consigliere giuridico, vedi qui, NdT) per Madeleine Albright (Segretario di Stato USA durante la seconda amministrazione Clinton, NdT), poi ambasciatore USA presso le Nazioni Unite. Spingemmo molto sul Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti per l'arresto di Karadzic; il mandato fu poi emesso dal TPIJ un anno dopo, insieme a quello per il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, il cui processo è tuttora in corso all'Aja. Per anni, comunque, entrambi hanno eluso la cattura, in parte perché molti ufficiali NATO e USA non erano pronti ad accettare i rischi associati al loro arresto.
Questa vigliaccheria (timidity, NdT) fu un errore. Per anni, ciò ha permesso a Karadzic e Mladic di influenzare la politica bosniaca e di farsi beffe della legge. I loro processi, seguiti al loro arresto in Serbia meno di un decennio fa, ha rivelato le prove di atti di ferocia che non si vedevano in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
I crimini di Karadzic erano la ragione primaria per cui l'allora Presidente Bill Clinton creò la carica di Ambasciatore USA per i Crimini di Guerra, e per cui il Senato mi confermò in questa carica durante la seconda amministrazione Clinton. Karadzic ha fatto sprofondare la sua nazione negli abissi dell'inferno, e poi, incriminato, si è dato alla fuga.
Gli USA avevano bisogno di una figura che si occupasse a tempo pieno di supportare i tribunali che avrebbero portato lui ed altri geni del male davanti alla giustizia. E infatti, la sua condanna dimostra ulteriormente il ruolo cruciale che gli USA hanno giocato nel perseguimento della giustizia internazionale, iniziato a Norimberga e che continua tuttora.
Le vittime musulmane bosniache hanno aspettato per decenni che una corte internazionale giudicasse la pulizia etnica che subirono (specialmente nel 1992, anno peggiore del conflitto) come genocidio. È significativo che il tribunale abbia giudicato Karadzic colpevole di crimini contro l'umanità durante la guerra, perché questi tipi di crimine possono essere mostruosi come il genocidio. Il tribunale ha anche sentenziato che gli atti del genocidio (uccidere i musulmani e "causare serie dolore mentale o fisico") furono commessi quando i serbo-bosniaci attaccarono sette città a maggioranza musulmana nel 1992. I giudici hanno sentenziato che non ci sono sufficienti prove che Karadzic volesse sterminare in toto o in parte la popolazione musulmana della nazione per condannarlo per genocidio per il suo ruolo nella pulizia etnica.
Sarajevo, la capitale, è stata per tre anni affamata, bombardata e sotto tiro dei cecchini, causando la morte di migliaia di musulmani bosniaci. Mentre l'Occidente esitava, Karadzic sosteneva l'assedio della città e metteva in opera lo sterminio dei suoi abitanti. Il tribunale lo ha condannato per "diffusione del terrore", un crimine di guerra di massa, e per l'uccisione di civili a Sarajevo, di fatto etichettandolo come terrorista, non diverso da quelli che stanno sterminando musulmani, yazidi e cristiani in Iraq e Siria oggi (grassetto mio, NdT).
In particolare, Karadzic è stato condannato per genocidio per il massacro di migliaia di musulmani a Srebrenica nel 1995. Per i sopravvissuti della guerra di Bosnia, questo verdetto dimostra che l'atto culminante della sua leadership criminale fu in effetti categorizzabile come genocidio.
Infine, l'oscena tattica, utilizzata da Karadzic nel maggio 1995, di accerchiare i Caschi Blu, trattandoli come ostaggi per intimidire la NATO, ha portato alla condanna anche per crimini di guerra. Ciò sarà ricordato ogni volta che i Caschi Blu saranno chiamati a gestire situazioni conflittuali in giro per il mondo.
Il verdetto ha anche importanti ripercussioni sulla futura politica bosniaca. L'Accordo di Dayton, che mise fine alla guerra nel 1995, non è riuscito a ricomporre le fratture tra le componenti etniche della Bosnia, e la nazione ha ricominciato a scivolare nel tumulto e nel rischio secessione. Durante la mia visita in Bosnia, le vittime dei crimini di Karadzic mi hanno detto che hanno bisogno di vedere che la verità sia riconosciuta, prima di potersi riconciliare con i vicini serbi.
Finora, la verità è stata lenta a rivelarsi. L'attuale presidente Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, Milorad Dodik, ha usato la negazione del genocidio per sostenersi al potere e soffiare sul fuoco del secessionismo. Ma la condanna di Karadzic per genocidio toglie la maschera alla sua propaganda divisiva. Con questo verdetto, forse un riavvicinamento tra musulmani e serbi può finalmente avere inizio.
La lezione che i politici in Europa e USA (e ovunque) dovrebbero trarre dal giudizio è che stanno giocando col fuoco nel cercare vantaggi elettorali con attacchi ai musulmani. Come gli eventi in Bosnia nei '90 e in Siria e Iraq oggi dimostrano tragicamente, il fuoco su cui soffiano può facilmente degenerare in esplosione.
Karadzic ricorrerà in appello. Ma d'ora in poi i sopravvissuti alle sue atrocità potranno smettere di vivere nel passato e potranno finalmente guardare al futuro.
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